Quando l’ispezione finisce ma il credito del lavoratore resta aperto

Quando l’ispezione finisce ma il credito del lavoratore resta aperto

Qualche giorno fa ho letto, insieme a un avvocato, il verbale di una ispezione dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Due lavoratrici avevano dichiarato agli ispettori di lavorare ventiquattro ore settimanali sin dal 2021. Sul Libro Unico del Lavoro risultavano venti ore.

Quattro ore a settimana di differenza.

Nel diritto del lavoro numeri così piccoli sembrano marginali. Nel tempo però cambiano dimensione.

Facendo un calcolo si arriva a circa novecento ore di lavoro non registrate. Applicando una retribuzione ipotetica di otto euro l’ora, senza considerare tredicesima e TFR, il valore delle differenze retributive supera i settemila euro. A queste somme si aggiungono contributi previdenziali e premi assicurativi. Nel complesso la regolarizzazione supera i diciottomila euro.

Nel verbale gli ispettori hanno contestato la violazione e notificato la diffida a regolarizzare.

Il funzionamento dell’istituto è noto.

Se il datore di lavoro aderisce alla diffida paga le differenze retributive, versa contributi e premi e beneficia della sanzione amministrativa minima. Nel caso concreto sarebbe di mille euro.

Se invece decide di non aderire, la sanzione sale a circa seimila euro e il procedimento amministrativo si chiude sul piano sanzionatorio.

Le lavoratrici, per recuperare i loro crediti, dovrebbero a quel punto agire in giudizio.

Il punto che mi ha fatto riflettere non è la violazione. Situazioni di questo tipo nel diritto del lavoro non sono affatto rare.

Colpisce piuttosto ciò che nel verbale non compare.

  • non è indicato in modo puntuale il numero di ore da regolarizzare
  • non è stata adottata una diffida accertativa
  • non è stata attivata una conciliazione monocratica. (anche perché in questo caso non ci sarebbe stato il verbale unico).

Il procedimento si è fermato alla diffida per la violazione amministrativa.

Per capire la differenza bisogna ricordare che questi strumenti hanno funzioni diverse.

La diffida prevista dal decreto legislativo n. 124/2004 opera sul piano amministrativo. L’ispettore accerta la violazione e invita il datore di lavoro a regolarizzare la posizione.

Se la regolarizzazione avviene, la sanzione si estingue con il pagamento della somma ridottissima.

L’obiettivo principale non è punire ma ripristinare la legalità.

La conciliazione monocratica nasce invece con una logica diversa.

È uno strumento di composizione del conflitto (anche potenziale) tra lavoratore e datore di lavoro. L’ispettore convoca le parti e tenta di raggiungere un accordo che consenta il pagamento immediato delle somme dovute. Anche a seguito di primo accesso ispettivo e prima che sia concluso.

Quando funziona riduce drasticamente i tempi di tutela del lavoratore e il ricorso al contenzioso giudiziario.

Nella teoria del sistema i due strumenti dovrebbero integrarsi.

La diffida presidia la violazione amministrativa. La conciliazione monocratica consente di chiudere rapidamente il profilo economico.

L'attività ispettiva resta confinata alla dimensione sanzionatoria.

A questo punto diventa interessante guardare anche al contesto organizzativo in cui opera l’Ispettorato.

Nella contrattazione integrativa INL una parte rilevante delle risorse destinate alla valorizzazione del personale è collegata alla performance organizzativa e individuale delle strutture territoriali.

Tra gli indicatori utilizzati per misurare l’attività istituzionale compaiono, tra gli altri:

giornate di attività ispettiva verifiche amministrativo-contabili accertamenti tecnici pratiche con recuperi contributivi rilevanti. Sono indicatori perfettamente coerenti con la missione di vigilanza dell’ente.

Le conciliazioni monocratiche, invece, nel sistema di classificazione delle attività sono considerate attività amministrativa e non attività ispettiva in senso stretto.

Non è una scelta irragionevole. La conciliazione è, appunto, una funzione di mediazione e composizione.

Questa distinzione però aiuta a comprendere perché, nella prassi, l’attività ispettiva venga spesso percepita soprattutto come accertamento della violazione.

Il caso che ho letto non dimostra che il sistema non funzioni. Mostra però una tensione che nel diritto del lavoro esiste da tempo.

Accertare una violazione non coincide sempre con garantire la soddisfazione del credito del lavoratore.

Il procedimento amministrativo può chiudersi mentre la posizione economica resta ancora da definire. È proprio in questa distanza che si inserisce il tema dell’effettività delle tutele.

Il diritto del lavoro è ricco di strumenti pensati per proteggere il lavoratore, ma la loro efficacia dipende anche dalle scelte operative che vengono compiute nella fase ispettiva e nei passaggi successivi.

Diffida amministrativa, diffida accertativa e conciliazione monocratica sono istituti diversi, ma tutti ruotano attorno alla stessa domanda.

In che misura il sistema ispettivo riesce a trasformare l’accertamento di una violazione in una tutela concreta e immediata per il lavoratore?

Una domanda che mi piacerebbe discutere con chi legge.

Quando emerge un credito del lavoratore durante un’ispezione, quale dovrebbe essere la prassi prevalente?

Limitarsi alla diffida amministrativa, lasciando al lavoratore l’eventuale azione giudiziaria.

Oppure utilizzare con maggiore frequenza gli strumenti pensati proprio per chiudere subito il profilo economico del rapporto, come la conciliazione monocratica o la diffida accertativa.

Non è una questione solo procedurale. È una questione di effettività della tutela.

Sono curioso di sapere come viene gestita questa situazione nelle diverse realtà territoriali.

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