Preventivare una consulenza one-shot è diventato un problema (e non per colpa del mercato)

CDL HR per PMINewsletter per consulenti e PMI che vogliono passare dal fare adempimenti al creare strategia HR.

C’è una zona problematica per i consulenti del lavoro ed in generale per tutti i lavoratori della conoscenza.

Non riguarda l’elaborazione paghe, non riguarda i contratti ricorrenti, non riguarda i servizi a listino.

Riguarda le consulenze una tantum.

Quelle che arrivano così:

  • “Mi serve un audit rapido”
  • “Puoi darmi un parere strutturato?”
  • “È una cosa una tantum”

E lì usiamo più tempo a pensare quanto farci pagare che per eseguire il lavoro in sé.

Il consulente:

  • non ha un listino
  • non ha un modello
  • non ha un riferimento oggettivo

E finisce per fare una di queste tre scelte:

  1. spara una cifra a naso
  2. prova a tradurre tutto in ore (con disagio)
  3. sottostima, poi si pente

Le tariffe professionali? No, nemmeno quelle servono veramente. Il problema è l’assenza di un metodo dichiarabile.


La tariffa oraria non risolve davvero?

Quando si parla di consulenze one time, la tariffa oraria è una scorciatoia mentale, non una soluzione.

Perché:

  • il cliente non compra tempo, compra riduzione del rischio
  • due pratiche da “8 ore” possono avere impatti totalmente diversi
  • il tempo stimato non è mai una stima realistica

Eppure, ignorare il tempo è altrettanto sbagliato.

Se una pratica è semplice ma ti assorbe 200 ore, quel tempo pesa, anche se non vuoi chiamarlo “prezzo/ora”.

Il punto non è quanto vale un’ora. Il punto è quanto quella pratica impegna la tua struttura.


La logica che ho deciso di provare

Negli ultimi mesi ho lavorato su una domanda che può essere riassunta così

È possibile stimare un compenso di massima senza listini rigidi, senza tariffa oraria e senza inventarsi i numeri?

La risposta è sì, se si accetta un cambio di prospettiva.

La logica che ho adottato si basa su tre pilastri:

  1. Sostenibilità dello studio Ogni pratica deve contribuire, almeno in parte, a coprire i costi fissi della struttura. Non come tariffa, ma come vincolo minimo di realtà.
  2. Impegno stimato Non “ore fatturate”, ma tempo minimo e massimo ragionevole richiesto da quella pratica. Il tempo non diventa il prezzo, ma influenza il range.
  3. Rischio (per il professionista), complessità, valore per il cliente Una pratica non vale solo per ciò che fai, ma per ciò che evita o genera per chi la richiede.

Il risultato non è un numero secco. È un intervallo economico motivabile, accompagnato da un testo di preventivo coerente.


Perché ho trasformato questa logica in uno strumento

Non per “automatizzare il prezzo”.

Ma per costringere chi lo usa a fare una cosa scomoda:

dichiarare le premesse prima di dire una cifra.

Quando inserisci:

  • i costi fissi dello studio
  • il tempo stimato
  • il livello di rischio
  • il valore potenziale per il cliente

il numero che esce non è più casuale, anche se resta una stima.

E soprattutto:

  • lo puoi spiegare
  • lo puoi difendere
  • lo puoi rifiutare consapevolmente

Mercoledì pubblico il tool

Mercoledì renderò disponibile uno strumento gratuito che applica questa logica alle consulenze one-shot.

Non è un listino. Non è un calcolatore magico. Non sostituisce il giudizio professionale.

Serve solo a una cosa:

smettere di improvvisare quando il lavoro non è standard.

Chi lo userà capirà subito se è nel target. Gli altri torneranno serenamente all’“a sentimento”.

Ed è giusto così.

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